
(Qui sono con l'ideatore di Ar(t)cevia, l'artista romano Massimo Nicotra. (Alle spalle le opere di Tiziana Aliffi.) Io credo che due facce così possono cambiare qualcosa...)
Il 19 Luglio ad Arcevia. Alle spalle la mia opera non ancora finita e stuccata.


L'opera è un'allegoria dell'amore ma lascio ad ognuno la propria interpretazione. Dico solo che quando vivevo nella casa-museo- dove nacque il mosaico Fragmentart- chiesi un giorno a Vincent Brunetti "Che cos'è l'amore?" e lui mi rispose "Una parola come sequestro!"

Così solo, è colpa mia! Così solo una testa recidiva, da contrappeso al nulla, una quasi finzione che fa facce strane, un guardare il cielo senza più occhi. Così solo un ricordo, un respirare con la memoria, senza futuro, quasi nemmeno presente. Così solo un perdinci senza forze, senza speranze perché le speranze hanno fatto la valigia e sono andate via. Resta un’attesa senz’occhi se non per le proprie mani, questi arti servili che mai mi hanno tradito, che quasi parlano con me, mi guardano, m’indicano il cielo, la terra. Resto solo con una tazzina di caffé e una cicca. Inutile dire di che dimensioni mi diventa il cuore. Di come tremo e guardo solo le mie mani, cercando una postura che non mi faccia pensare al crollo definitivo. Mi appello alla speranza affinché lasci nel mio orizzonte almeno la sua scia. Io non sono migliore lo ammetto. Sono un incapace. Ho del talento ma sono un incapace. Vorrei non avere più occhi. E se canterò ancora sarà senz’occhi. Cavo agli sguardi! Non si vede niente! Solo io so cosa mi è successo! è lei…
Orodè
(Jim Morrison)
Faccio un veloce cut-up dal blog SALENTOPOESIA. Il testo è di Mauro Marino. La foto è di Maurizio Buttazzo- credo che sia una foto di scena del nuovo film di Edoardo Winspeare. Queste parole e questa foto mi sono molto care: io credo in esse!!! Sono stato coltivato da loro:
Beati loro che hanno tempo per dibattere, per accapigliarsi! Per noi è ben diverso e guai a dire che chi “osa” il verso non è poeta, abituati come siamo a tralasciare il costrutto per andare alla sostanza. E, gli atti di molti, ci sembrano sostanza! Eroico resistere alla deriva di una lingua forzatamente confezionata, privata dei suoni delle vocali! Questo accade. Ma non solo. C’è di peggio e i poeti, anzi la poesia è chiamata come non mai ad elevare lo scudo!
Il poeta cerca la sua voce.
Accoglie il mondo, il suo poco di pane. Quello bianco del giorno di festa e quello nero della malinconia. Il venire dei fiori, l’incedere del cammino, le soste col cuore, i piccoli affanni e il considerare. Scorge e scopre. Esclama, esorta. Sveglia e interroga dove non c’è risposta!
E’ cosa semplice la poesia, cosa essenziale. E’ voce dove il suono si raccoglie.
Sorprende, stupisce, scuote! E’ nascita che non trova fine!
Non c’è normalità nella poesia, un Tempo, un ordinario, un’unica Storia.
Con le parole, la “mancanza” si fa scrittura: il poeta e la sua anima dialogano. Stempera esperienze, esprime ogni sentire, ogni vibrare d’emozione. Insegue il respiro il poeta! E trova: “Si fanno più sogni ad occhi aperti / ma è sempre lo stesso sogno a sgomitare” detta un esemplare verso di Daniela Liviello.
“Che fai alma? Che pensi? Avrem mai pace? Avrem mai tregua?” si chiedeva Petrarca nel Canzoniere. Incertezza, ragione, desiderio e la necessità di darsi regola, stile. Scrittura. Idea del dono, nello scambio virtuoso della lingua.
Questa è poesia (!): parlante solitudine, materia che sussurra parole all’orecchio, parole che fioriscono.
Poeti allenati alla scena a portare la voce coi suoni: l’astrazione jazz di Vittorino Curci, lo “sfondamento” trans mediterraneo di Giuseppe Goffredo, il melodico confondere dialetti di Lino Angiuli, la fusion materico-suggestionale di Enzo Mansueto. Solo per “raccontarvi” della leva degli “adulti”. Signori votati al verso e alla ricerca da molti lustri.
Poi… c’è il poi dell’ultima generazione dove il verso vibra e l’Io Mondo esplora ed espande ogni respiro. In Puglia la grande madre è prolifica, specie al femminile! Molti i nomi!
Le antiche “ancelle”: Maria Corti e Rina Durante, donne note, la prima grande filologa dell’Università di Pavia, l’altra inquieta nutrice del folk revival salentino. “Segretarie” nella nobile casa de L’Albero di Comi nel risveglio del dopoguerra. Protagoniste senza remora di sembrar da meno… ai Luzi, ai Bigongiari, ai Macrì che li soggiornavano.
Di oggi le indolenti dipendenze di Ilaria Seclì, le parole capriola di Gioia Perrone, Margherita Macrì e Alessandra Nicita, il Sudapest di Irene Leo, le donne di Ulisse di Alessandra Manieri e quelle mitiche di Marthia Carrozzo, le uggie solitarie di Daniela Liviello, quelle erotico-crudeli di Agata Spinelli e le rivolte di Martina Gentile e Comasia Aquaro.
Tutte danno sostanza a voci rimaste per lungo tempo nell’angolo delle passioni.
Nessuna soggezione, nessuna paura. Da qui, dal fondo soleggiato d’Europa viene il canto.
Ché quella è stata moneta da pagare al Tempo: donne nel “non”, lasciate alle tentazioni del Ragno. Al più, una danza nel cerchio della comunità, a sanare col ri-morso ogni voglia, ogni desiderio, ogni sguardo, era concessa.
Ma è indietro questo, materia di scoperte, di canti, d’altre danze per il presente.
Ci son state rivolte nel mezzo, c’è stata altra epica e la poesia s’è nutrita. Sempre con orgoglio nel tentativo…
Prende spazio, si fa movimento: libri, recital, dischi, blog: la poesia si espande, gioca la sua capacità d’influenza, propaga il suo potere seduttivo. E il filo torna indietro, c’è un legame, un continuare che conferma la “pasta” tutta di poesia della terra, della pietra, della luce. E sempre le Parole trattenute, sussurrate, sibilanti tornano, con l’incantamento…
“Fate fogli di poesia poeti, vendeteli per poche lire…”, raccomandava Antonio Verri, vate dell’ultimo novecento salentino. Pensionante di saraceni nella terra dei Martiri d’Otranto.
E quanti poeti, quanta poesia ha abitato i tempi della sempre generante e allertata avanguardia del Sud dei Sud di Carmelo Bene. Nostra Signora ha soffiato la tensione civica di Vittore Fiore, l’ispirazione domestica di Ercole Ugo D’Andrea e l’Europa dei due Vittorio: Pagano e Bodini, capaci ed illustri traduttori dei simbolisti francesi, di Cervantes e dei surrealisti di Spagna.
Cos’era l’Accademia Salentina del barone-proletario Girolamo Comi, nella polvere del novecentoquarantanove, nel finibusterrae di Lucugnano, sulla retta per Leuca, se non la prefigurazione de
Il vascello che imbarca generi, stili, epoche, narrazioni come la lega del Pellegrinaggio in Oriente di Hermann Hesse.
La confraternita dei sapienti che gioca la lingua, la parola, il riscatto. Che nomade muove il Tempo.
Questo è la poesia, sogno… e anche illusione, forse illusionismo!